The White Book
All’inizio
by Maurizio Barberis
“…tutti questi simbolismi di unificazione e di totalizzazione indicano che lo yogin non è più condizionato dai ritmi e dalle leggi cosmiche, che per lui l’universo ha cessato di esistere… che egli è riuscito a porre se stesso nel punto extra temporale dove questo universo non era stato ancora creato…” (Mircea Eliade)
La strada lunga e stretta, chiusa tra due mura di case, cortili maleodoranti, puzza di niente e olezzo di morte, un’impressione di indefinita precarietà, l’odore della povertà. Qualche geranio sui davanzali delle finestre, e poi i panni stesi lungo le ringhiere dei ballatoi. E infine il colore degli intonaci, un giallo grigiastro con infinite sfumature di bianco, interrotto qua e là da scure macchie di umidità. La mia storia ha inizio in quella via, in un anno indefinito, in un giorno qualunque della vita di un cosmo governato da inique deità. Lungo quelle strade di una malinconica città, condannato all’eterno ritorno, all’infinita ripetizione degli stessi gesti, degli stessi errori, delle stesse oscene preghiere rivolte ad un dio assente, nel vano tentativo di stringere un patto con lui che ci assolvesse dal peccato originale. Ecco, ero io lungo quelle vie che formavano l’oscuro labirinto del tempo da cui, figlio di una dea solare e di un bianco toro, non sarei mai riuscito ad uscire. Giravo per le strade di notte, quando le circostanze me lo permettevano, alzando gli occhi verso un cielo scuro di nubi e di pioggia, chiuso tra i tetti, dove il mio sguardo scivolava, impigliato tra i rami metallici delle antenne, incastrate tra le tegole rosse delle povere case.
Speravo là di incontrare l’amica di sempre, la mia grande consolatrice, l’unica che in epoche lontane, in terre lontane, quando ancora l’orizzonte era fatto di acque e di cielo, mi rivolgeva silenziose parole d’amore. Ma l’amica luna si nascondeva tra i colmi delle case, e sembrava non volermi più riconoscere. Passato era il tempo in cui le ore notturne velavano i giorni, misteriose e lontane, quando il canto assordante dei boschi, tra le colline dell’antica Beozia si apriva al sacro corteo delle ninfe, che mostravano agli ignari contadini, i pochi che osavano avventurarsi tra le sorgenti nascoste dall’ombra dei frassini, il loro volto migliore, pronte a rapirne i più giovani, per inghiottirli in quelle acque profonde da cui non avrebbero più fatto ritorno.
Mi ricordavo, mentre guardavo la luna amorosa, passeggiando per le strade deserte di quella trista città, gli sterminati accampamenti dei soldati persiani, che premevano ai bordi dell’occidente, ai confini di ciò che amavamo. Strani riti e oscure divinità, antiche, molto antiche. I primi dei, i grandi dei, inguardabili e innominabili dei, a cui sacrificavano, tra fumi di spezie odorose, incensi d’oriente, i sacri capri dalle morbide corna, spargendo al suolo, mescolato al sangue delle vittime, il nettare dionisiaco, i grandi otri di scuro vino munto dalle mammelle delle vigne più pregiate.
E gli dei rispondevano, grati, promettendo sicura vittoria, sotto la falce dell’ingannevole luna d’oriente. Silenziosa era la dea, candida tra le candide, e guardava dall’alto del suo trono celeste sfilare le sue vittime, gonfie di vino, pronti alla guerra e pronti alla morte.
Quanto tempo era passato, e quanto ne sarebbe ancora dovuto passare, implorando la grazia agli dei crudeli. Troppo vasto era il labirinto, troppo grande per l’infinito svolgersi delle vite del povero mostro, che silenzioso scivolava attraversando il suo dolore sotto le scure vetrate della città addormentata. Ma almeno mi fosse stato concesso l’oblio, annullare il ricordo delle vite passate, le memorie di quel tempo che risuonava nella mia mente ad ogni ora del giorno e della notte. Come il suono dei cimabali e dei timpani dei barbari Kureti, suoni assurdi di musiche lontane, suoni che mai orecchio umano avrebbe dovuto ascoltare. Quanti infiniti, quante pieghe del destino avrei ancora dovuto accettare, quanti universi ancora avrei dovuto esplorare, universi che all’improvviso si aprivano al mio sguardo, non concedendomi scelta sulla direzione da prendere. Proprio per questo avevo deciso di tenere una memoria dei miei ricordi, un luogo dove ordinare il caotico fluire del tempo, dove dare un senso e ragione al trascorrere dell’ora, per non lasciare che l’infinito mi divorasse nella notte con i troppi ricordi delle battaglie perdute.
Incominciava ad albeggiare e le strade avevano l’odore buono del primo mattino. Sapevo che mi sarei dovuto ritirare, Il mio aspetto non era certo tra i più rassicuranti e se qualcuno mi avesse notato avrei potuto passare un brutto momento. Certo era difficile che qualcuno potesse vedermi. Il mio punto di vista era molto particolare e la piega che occupavo poteva consentirmi di essere quasi invisibile alla maggior parte delle persone. Ma c’erano gli altri, i più sensibili, quelli a cui la natura aveva donato un sovrappiù di percezione. Era da loro che dovevo nascondermi, celarmi negli anfratti di quel luogo infame, strisciare lungo i muri, nascondermi negli angoli bui degli androni delle case. Certo, anche gli altri ogni tanto notavano un brivido, in sospiro, un veloce spostamento dell’aria. Ma era più che altro una sensazione, troppo poco per essere un vero indizio. Così preferivo, durante il giorno, nascondermi negli scantinati delle case, in luoghi silenziosi e poco frequentati dalla gente comune, pronto a cambiare sempre, ad essere sempre in movimento, per aumentare le probabilità di passare innosservato.
Come quando incontrai la piccola Antonia. Mi ricordavo assai bene di quella fanciulla, la figlia del senatore romano, bella tra le belle, l’aristocratico incedere, il distacco superbo consapevole della sua natura divina, mentre con studiata indifferenza attraversava il mercato degli schiavi della capitale di tutti gli imperi, passati, presenti e futuri, un mercato dove gli uomini, che tali erano, una volta liberi e potenti, giacevano ammassati come una qualsiasi merce, in attesa del benevolo gesto di un compratore. Troppo costava mantenerli e se non venivano venduti la lama tagliente di un coltello avrebbe reciso loro la gola, gettati in un fosso ad ingrassare la terra con il nero umore del loro sangue. Ma questi pensieri non attraversavano la mente della bella fanciulla, la piccola Antonia, chiamata a quell’ora e in quel luogo per rispondere ai suoi domestici compiti, che la casa bisognava di servi, di nuove e fresche braccia a sostituire quelle di chi non era più in grado di svolgere i compiti più pesanti necessari all’andazzo quotidiano.
L’avevo incontrata così, quasi per caso, come sempre il destino, svoltando l’angolo di un antico tempio votivo. Me l’ero trovata di fronte, la luce dorata del primo mattino romano a incorniciare i suoi biondi capelli, la massa ordinata raccolta sul capo da un argenteo fermaglio e il candido seno che la veste purpurea lasciava intuire alla vista. I nostri sguardi si erano incrociati e in un attimo avevo letto l’intero suo destino, dal primo all’ultimo giorno della sua breve esistenza, che presto si sarebbe conclusa quando la sua anima avrebbe lasciato il suo bel corpo mortale per mano di un barbaro coltello. Un’ombra della gloria di Helena si leggeva sulla sua fronte, un’ombra che assumeva i tragici contorni della lama del barbaro che avrebbe presto posto fine alla sua vita. Tutto questo potevo vedere, invisibile ai suoi occhi, che scrutavano perplessi l’ombra dei muri, in cerca di un soffio di luce che le suggeriva un incanto lontano, un languore familiare, come una strana nostalgia di un non so che, mai provato e che mai avrebbe provato. Un languore che le rendeva più morbide le candide membra, un giramento di testa come la premonizione di un tragico destino. Tutto questo avvertiva la piccola Antonia, mentre, tra le crepe dei muri di quel mercato romano, cercava il suo interlocutore fantasma…(continua)