Le culture dell’abitare

Seminario di studi, Palazzo della Triennale, 1992

by Maurizio Barberis

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Dall’estrema varietà di interventi che si sono avuti in questa occasione è necessario riassumere alcune linee emergenti. Innanzitutto le tematiche legate all’habitat sembrano essere al centro del dibattito sulle trasformazioni sociali e culturali. Dibattito che verte sulla perdita di centralità del modello culturale occidentale e sull’affacciarsi sulla scena dell’abitare di molteplici culture, culture differenti e culture delle differenze. Tale molteplicità sembra voler rifondare l’approccio alle forme e alle funzioni delle case e degli spazi dell’abitare sulla base di nuove possibili ipotesi: alla crisi del modello architettonico, dell’idea di architettura come forma formante, il complesso delle discipline che si occupa del progetto e della casa contrappone una pluralità di soggetti, di attori, che con più o meno ragioni determinano di fatto le qualità dell’habitat domestico. L’architettura della residenza diviene, nella migliore delle ipotesi, un soggetto dialogante con altre realtà culturali.

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A fronte di queste questioni, apparentemente di carattere ideologico ma in realtà di fondamentale importanza per la costruzione di un nuovo modello di residenza, sorgono necessità economiche e sociali, pressioni per un ritorno al progetto come capacità di ridefinizione delle relazioni tra elementi quantitativi (funzioni, standard e scelte economiche) ed elementiqualitativi(relazioni formali, capacità evocative, rimessa in gioco della relazione con lo spazio urbano) dell’abitare. E’ emersa quindi la necessità di riposizionare, nella definizione delle scelte progettuali, il ruolo dell’architetto e le competenze del designer, per poter pensare a un’architettura e a un design che non siano solo la presunzione di un modello teorico, ma tengano conto del contesto reale dell’abitare contemporaneo.

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Si avverte inoltre la necessità di riconsiderare, nel quadro generale del progetto di oggetti domestici, una diversa attenzione nel mettersi in rapporto con le cose, che definiamo ormai per le loro capacità qualitative e per le loro capacità di interagire con il nostro vissuto. La residenza, o meglio, la dimora, il dimorare in quanto capacità di stare in un luogo, di fissare dimora, si scontra con la forma del transitare, dell’attenzione distratta e veloce che è viceversa tipica della domotica, scienza contemporanea della cultura dell’abitare, di quello che potremmo definire un nuovo modello di organizzazione della velocità del consumo associato al domestico. Le ragioni sociali dell’habitat, l’invito alla ratio costruttiva, la determinazione e l’uso delle qualità future delle cose che interagiscono con noi, si devono sposare con le possibilità di rivedere radicalmente al definizione degli schemi tipologici dell’abitare, tentando una riqualificazione degli spazi anche a partire dai desideri più profondi che questa condizione, per quanto transeunte, inevitabilmente attiva. La necessità della nozione del transitare contiene in nuce la spiegazione dell’importanza che hanno assunto le cose nel nsostro panorama domestico. Transitare come condizione che si manifesta con noi, dentro di noi, attraverso di noi, in spazi e ambienti che forse ci appartengono per un tempo limitato o forse ci appartengono per sempre, segnando in modo definitivo la nostra memoria, la nostra relazione elementare con il mondo.

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Una parte preponderante di questa presa di possesso del domestico è sicuramente gestita dalle tecnologie, che paiono apparentemente le nuove protagoniste degli schemi abitativi contemporanei.Apparentemente, abbiamo detto, poiché il rifiuto delle forme che rappresentano l’espressione più diretta dell’immaginario tecnologico pare essere molto diffuso nell’habitat domestico, tanto da creare una sorta di sindrome dissociativa tra i linguaggi progettuali e coloro che questi linguaggi li devono usare; le nostr case manifestano poco la presenza delle tecniche, poiché è molto difficile accordare immaginario e tecnologia. E siste quindi una forte resistenza ad appropiarsi delle potenzialità d’uso deghli oggetti tecnologici nella loro reale diffusione nella casa. Tanto che sembra forse più corretto parlare di intrusione anziché di diffusione.

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A partire dalla sommatoria di queste considerazioni, ridefinizione delle tipologie, rifondazione delle ritualità domestiche sulla base dell’integrazione di differenti aree culturali, riqualificazione delle sensorialità espresse dall’utile nel domestico, si possono affrontare e sviluppare diverse considerazioni sulle embatie nell’abitare, intendendo con questo un sistema che si fonda sulla necessità dell’identificazione del soggetto con l’azione dell’abitare, sulle continue forme di ritualità che questo modo di pensare i luoghi comporta, ritualità che vanno dall’azione fondante i luoghi, sino alle piccole formule domestiche attraverso le quali ci appropriamo dello spazio.

Temi che intrecciano architettura e arte, in quanto postulano la necessità di di riflettere sulle qualità di relazione tra gli oggetti nello spazio.

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La casa è un filtro complesso di sensazioni esterne, che la definizione dei pesi distributivi accentua in virtù della conservazione o della fondazione dell’inalienabile senso di libertà che tutti proviamo o desideriamo provare tra le pareti di casa.