Sullo spirituale nell’arte

Kandinsky vs Coomaraswamy

da “La trasfigurazione della natura nell’arte” di Ananda Kentish Coomaraswamy, e da “Dello spirituale nell’arte” di Wassily Kandinsky


“…Tra le forme artistiche esiste…un’altra somiglianza esteriore alla cui base c’è una grande necessità. La somiglianza delle aspirazioni interiori presenti nell’intera atmosfera etico-spirituale, il tendere verso fini già perseguiti ma in epoca successiva già dimenticati, ossia la somiglianza della disposizione interiore di un intero periodo, può condurre in modo giustificato a utilizzare forme che, in passato, sono servite al perseguimento degli stessi fini. Così sorsero, almeno in parte, la nostra simpatia per i ‘primitivi’, la nostra capacità di comprenderli, il senso di una nostra affinità interiore con loro. Esattamente come noi, questi artisti puri cercavano di introdurre nelle loro opere soltanto l’essenza interiore, con la conseguenza inevitabile della rinuncia a ogni accidentalità esteriore. Questo punto di contatto interiore, per quanto importante, rimane nondimeno solo un punto…”(Kandinsky)


“…La convenzionalità non ha nulla a che vedere con la calcolata semplificazione (come nel disegno moderno), o con l’esito degenerato della rappresentazione (come spesso sostengono gli storici dell’arte). E’ infatti un peccato che il termine “convenzionale” abbia avuto la sorte di venire in seguito usato in senso spregiativo a proposito dell’arte decadente. E’ decadente un’arte non più sentita vitale ma che si limita a denotare, in cui si è estinta una reale corrispondenza tra elementi formali ed elementi pittorici e la cui pregnanza viene per così dire a negarsi per la debolezza o incongruità del dato pittorico; si tratta tuttavia, come nel caso del tardo periodo ellenistico, di un’arte in realtà molto meno convenzionale di quella degli stadi primitivi o classici posti nella stessa sequenza…” (Coomaraswamy)



“…La nostra anima, che dopo il lungo periodo del materialismo ricomincia a destarsi solo ora, ha in sé i germi della disperazione legati alla mancanza di una fede, di una meta, di un fine. L’incubo delle concezioni materialistiche, che hanno fatto della vita dell’universo un gioco inutile e malvagio, non è ancora passato. L’anima, che si sta appena ridestando, è ancora sotto la forte impressione di tale incubo. Soltanto una debole luce albeggia, come un piccolo punto in un enorme cerchio nero. Questa fioca luce è solo un presentimento, e l’anima quasi non osa guardarla, nel dubbio che tale luce possa essere il sogno, e il cerchio nero la realtà. Questo dubbio, e i dolori provocati dalla filosofia materialistica che ancora ci opprimono, differenziano nettamente la nostra anima da quella dei ‘primitivi’. Nella nostra anima c’è un’incrinatura, e il suono che essa dà, quando si riesce a toccarla, è come quello di un vaso prezioso, trovato sepolto nel suolo, che abbia però appunto un’incrinatura…”(Kandinsky)



“…L’arte autentica non aspira mai a competere con l’irraggiungibile perfezione del mondo ma si affida esclusivamente ai propri criteri di coerenza, non verificabili in base a norme di verità o valore, applicabili in altri campi di attività. Se, ad esempio, un’icona si presenta fornita di molte teste o braccia e accoglie in se elementi antropomorfici e teriomorfici, l’osservazione e il calcolo aritmetico ci soccorreranno nell’accertare l’esattezza dell’iconografia…, ma sarà la nostra reazione intuitiva alle sue valenze di energia e ordine caratteristico a permetterci di giudicarla come opera d’arte…” (Coomaraswamy)



“…Queste due somiglianze fra l’arte moderna e forme di periodi appartenenti al passato sono, come è facile vedere, diametralmente diverse. La prima è esteriore e non ha perciò alcun futuro. La seconda è interiore e racchiude quindi in sé il germe dell’avvenire. Dopo il periodo della seduzione materialistica, l’anima, che dopo aver ceduto l’ha però respinta da sé riconoscendo in essa un male, emerge affinata dalla lotta e dalla sofferenza. I sentimenti più grossolani, come timore, gioia, tristezza ecc., che in questo periodo di tentazione avrebbero anche potuto essere utilizzati come contenuto dell’arte, avranno poca attrattiva per l’artista. Questi cercherà di sucitare sentimenti più delicati, che non hanno ancora nome…” (Kandinsky)



“…Se Krisna è raffigurato come il seduttore delle mungitrici di Braja, sarebbe ridicolo sollevare obiezioni su base morale, come se l’immagine riprodotta dovesse corrispondere a un modello etico di condotta; l’arte, in questo caso, e interpretando rettamente la convenzione, serve a mettere in luce il naturale rapporto dell’anima con Dio (“ogni creazione rispetto a Dio è femmina”), e se no riusciamo a comprendere la tradizione o ci rifiutiamo di accettarla, ciò non indica che la nostra incapacità a formulare giudizi estetici sul caso dato…” (Coomaraswamy)


“…Oggigiorno però lo spettatore è raramente capace di tali vibrazioni. Nell’opera d’arte egli cerca o una semplice imitazione della natura suscettibile di servire a fini pratici (il ritratto nel senso abituale o simili) o un’imitazione della natura che contenga una certa interpretazione, pittura “impressionistica”, o infine stati d’animo rivestiti da forme naturali (la cosiddetta Stimmung). Tutte queste forme, quando sono veramente artistiche, realizzano il loro fine e costituiscono (anche nel primo caso) un nutrimento spirituale; ciò è però vero particolarmente nel terzo caso, in cui lo spettatore trova un’eco della sua anima. Naturalmente una tale consonanza (o anche dissonanza) può non rimanere vuota o superficiale, ma può accadere che la Stimmung dell’opera riesca ad approfondire ancor più – e a trasfigurare – lo stato d’animo dello spettatore. In ogni caso tali opere impediscono all’anima di cadere nella grossolanità, la mantengono su una certa altezza, come la chiave per accordare fa con le corde di uno strumento. L’affinamento e l’estensione di questo suono nel tempo e nello spazio rimangono nondimeno ristretti e non esauriscono i possibili effetti dell’arte…” (Kandinsky)



“…Possiamo aggiungere alcune osservazioni sull’incostanza e sulla decadenza nell’arte, intendendo per ‘decadenza’ più ‘imperfezione caratteristica’ che l’opposto di ‘progresso’. Dato che la perfezione attingibile da un’opera umana è un prodotto della volontà, ogni volta che in un’opera d’arte si verifichi una carenza nella sua perfezione temporale, essa denuncia un’imperfezione dell’artista. E’ ovvio che la sua prima cura dovrebbe essere il buon esito dell’opera, perché solo così egli può vantare il proprio soggetto; e circa l’accertamento della riuscita dovremmo farci guidare da una adeguata e inesorabile capacità critica.::” (Coomaraswamy)