Recensioni

La porta d’oro

un romanzo di Doriano Modenini

Diverse culture rappresentano la vita come un ciclo continuo, che si consuma e si rinnova a ogni suo giro. Un arco di tempo in cui tornano a ripetersi gli stessi errori, le conquiste raggiunte, le tragedie e le gioie già vissute — esperienze spesso dimenticate, ma ogni volta accolte come sorprendenti novità. Così, che si proceda verso il futuro o ci si volga al passato, la meta resta la stessa: un punto in cui la fine e l’inizio si incontrano e si fondono.

Ciò che oppone conviene e dalle cose che differiscono si genera l’armonia più bella e tutte le cose nascono secondo gara e contesa”

Ispirandosi al pensiero di Eraclito, Doriano Modenini delinea un ipotetico ciclo evolutivo che si sviluppa attraverso epoche storiche, ruotando attorno a una misteriosa Porta d’Oro. Non si tratta di un oggetto concreto, ma di una presenza che trascende lo spazio e il tempo: forse una manifestazione del divino o dell’infinito, o perfino l’essenza primordiale dell’umanità. Un’entità apparentemente separata dalla vita, ma al contempo sua origine e motore eterno. La Porta d’Oro racchiude il mistero dell’essere: un enigma che, proprio in quanto tale, non può e non deve essere dimostrato, poiché la logica non è in grado di concepirlo senza dissolverne l’essenza. Tale mistero non si comprende con la ragione ma si percepisce solo attraverso i sensi.

Il ciclo della vita narrato dall’autore sembra ripercorrere il presente Kali Yuga, l’ultima età di un mondo succube dell’ignoranza e del profitto materiale, inevitabilmente destinato all’autodistruzione. Tracce di questo declino si riconoscono in eventi storici contraddistinti dal disordine, dove diversi cicli temporali sembrano intrecciarsi in un flusso osmotico, confondendo le cause che l’hanno generato e il loro decorso.

Allo stesso modo, Modenini evoca l’atmosfera di molteplici correnti letterarie, ciascuna propria del momento rappresentato, pur mantenendosi nell’ambito della narrativa, oggi classificata “d’avventura” o “fantastica”, un genere già sviluppato dai grandi classici quali Luciano, Eliodoro, Petronio o Apuleio. “Mai sottovalutare la fantasia, padrone. È essa che immagina il mondo, non il contrario”, dice Tito nel racconto a lui dedicato. A tal proposito, risulta evidente che i brevi richiami ai dialoghi di Platone, alle novelle del Boccaccio o al romanzo gotico d’epoca georgiana, hanno una valenza puramente allusiva, che mira a evocare le correnti letterarie proprie di ciascun periodo, senza alcuna pretesa critica o analitica. Lo stesso vale per le figure storiche di Akhenaton o Caterina de Medici, che l’autore reinterpreta liberamente, lasciando prevalere la forza dell’invenzione narrativa sulla fedeltà storica. L’opera trova il proprio senso nell’insieme delle sue parti: un viaggio nel tempo in cui gli opposti si respingono e si ricongiungono nell’eterna lotta tra bene e male, dando origine a ciò che, in ultima istanza, conta davvero: l’azione. La si voglia chiamare morte e rinascita, tenebra e luce o in qualsiasi altro modo, l’azione rimane la linfa pulsante dell’esistenza, l’antitesi del nulla, dell’inerzia assoluta in cui perfino la consapevolezza dell’esistere viene meno. La Porta d’Oro rappresenta così una presenza emblematica che l’umanità percepisce in forme diverse, a seconda delle civiltà e delle epoche storiche. Non a caso, essa appare già in tempi antidiluviani come un’entità sovrumana impenetrabile, una divinità astratta che, con il trascorrere del tempo, si manifesta a pochi eletti rivelando i propri molteplici aspetti, mai del tutto comprensibili alla mente umana. Di conseguenza, l’umanità che riesce ad avvicinarla, spinta da un’innata brama di possesso e dal desiderio di piegarla ai propri fini, individuando nella Porta d’Oro uno strumento straordinario per conquistare il potere o la salvezza eterna, finisce solo per dissacrarla. Sotto il peso di tale incomprensione, la Porta d’Oro si consuma progressivamente, fino a giungere, al termine del proprio ciclo evolutivo, nella New York degli anni Settanta del Novecento, dove appare così malridotta da doversi affidare alle cure della sua ultima custode. Nonostante la dedizione di quest’ultima, tali cure si rivelano insufficienti perché la Porta si riduce a poche cifre tracciate su un libro, forse destinato a traghettarne la memoria in un nuovo ciclo di vita.

La Porta d’Oro è dunque l’indiscussa protagonista dell’opera, ma sono molti i personaggi che ruotano attorno ad essa; dalla giovane antenata costretta a scegliere quali abitanti del villaggio salvare dal diluvio imminente, ai due amanti in disaccordo tra loro che, in epoca sumerica, si fondono infine in una sola persona. Dal leggendario Akhenaton, che cede il passo all’umile scriba straniero, allo schiavo Tito, deciso ad affrontare la Sfinge nascosta nella biblioteca di Alessandria. Dopo secoli trascorsi nella sottomarina Atlantide, la Porta d’Oro, riappare a Guido, un mercante impegnato a traslocare un misterioso carico da Roma a Firenze, infestate dalla peste nera. Due secoli dopo, durante la disperata ricerca dell’amato nipote Adam, la contessa Arianna si imbatte nella Porta d’Oro ma finirà per perdersi nei meandri del Louvre, mentre a Parigi infuria la sanguinosa strage della notte di San Bartolomeo. A loro volta, due intime amiche nella Londra georgiana, incalzate da un vampiro gentile che sogna di trovare la perduta Porta d’Oro, cedono il passo a due studenti di New York mentre incombe la guerra in Vietnam; in seguito, quei ragazzi si ritroveranno nel ventunesimo secolo, nel momento in cui il ciclo giunge al suo compimento sotto le bombe di una apocalisse scatenata dalla follia dei potenti.

L’ultima voce narrante si arrende alla certezza che la storia è destinata a ripetersi; per questo desidererebbe rinascere un giorno nei panni di un eroe, ma il suo desiderio è solo una flebile speranza, destinata a spegnersi prima del silenzio.