Close Up
Mémoires d’une Soirée
by Maurizio Barberis
Ciò che vedo esiste, ovvero ha una propria esistenza autonoma, oppure è solamente la vorticosa proiezione di un mio sogno? E’ la realtà proiettata nel sogno o viceversa è il sogno che si proietta nel mondo reale? Come dire, è nato prima l’uovo o la gallina? Quale può essere la concreta relazione tra la festosa materialità delle cose che donano con la loro voluttuosa presenza gioia al mio sguardo e il tormentato vortice dei miei pensieri così come si presenta all’alba di una notte tormentata? Il tempo? Esiste il mondo? O meglio sarebbe chiedersi: quanti mondi esistono al di là dell’opaca materia che ci opprime con le continue richieste di un infinito desiderio di immortalità?
Il primo mondo che si apre al mio sguardo, uno sguardo che condivido statisticamente con il mio gatto, benché nutro qualche dubbio che si possano condividere analoghe sensazioni. Il gatto è più intelligente. Un altro mondo invece nel quale le cose vivono, solitarie ma concrete, pur in assenza del mio ingombrante pensiero. E allora mi piacerebbe interrogarmi sulla natura dell’ultima materia, quella che cinicamente gioca a nascondino con me, continuamente sfuggendo al mio sguardo, del suo assurdo telos che la spinge nell’abisso di se stessa.
Infine chiudo gli occhi, e mi chiedo se un altro mondo ha segnato in modo del tutto autonomo quest’occhiuta relazione tra me e le cose. Esiste davvero un mondo che non appartiene né alla materia né alla percezione? Un mondo silenzioso ed oscuro che mi rende sensibile al fascino delle cose senza condividerne il difficile telos mortale.
Closer, più vicino, molto vicino, sino a non vedere più le differenze…
Soirée
Avevo preparato tutto per una serata tranquilla. Una sera normale, come tante, cibo buono, un po’ di vino e qualche film per chiudere in bellezza. Ma qualcosa è andato storto. Ho sempre temuto le sere a tu per tu con me stesso.
Durante il giorno è diverso. I fantasmi del passato non si fanno troppo sentire e le ombre delle mura domestiche non allungano troppo i loro angoli bui per spaventarmi con i loro misteriosi segnali.
Le sere invece sono piene di moniti silenziosi, di ricordi che si affacciano all’improvviso e scivolano tra gli specchi senza lasciarmi il tempo di catturarli. Si possono sempre accendere molte luci, per cercare di nascondere ciò che è già nascosto, come il sale nel cibo. Lo percepiamo, sappiamo che c’è, ma non lo vediamo.
Ci sono molti oggetti parlanti in questa casa, e ciascuno ha voglia di raccontare la sua storia, ma non sempre mi và di starli ad ascoltare. Alcune cose appartenevano a mio padre. Cose sue personali, come i suoi occhiali o la piccola radiolina a transistor di bachelite, rossa e bianca, che teneva sempre appiccicata all’orecchio. Odiavo quell’oggetto, perché creava un’infinita distanza tra noi. Non ne condivideva mai l’ascolto, ma sempre un sentire privato, personale.
Ma per la sua radiolina rossa non aveva bisogno di alcun apparecchio. Ritornava normale, sentiva, mi immagino, i suoni che provenivano da quell’universo gracchiante senza problema alcuno.
E’ stato in una serata come questa, una serata di solitudine, solo, con la mia paura dei fantasmi domestici che scivolavano lungo gli specchi, che, molti anni dopo la morte di mio padre, ho sentito per la prima volta il suono di quella radiolina rossa e bianca. Mi ero assopito sul divano e all’improvviso sono stato svegliato da un suono acuto e sgradevole che proveniva dalla libreria.
Era lei, la maledetta radio, che all’improvviso, tutta da sola, si era messa a gracchiare a pieno volume. Erano almeno dieci anni, dalla morte di mio padre, che nessuno l’aveva più accesa. Giaceva abbandonata su un ripiano della mia biblioteca, senza che mai avessimo provveduto a cambiarle le pile. Un ultimo sussulto, quindi, prima della sua morte definitiva. Il suono era forte e continuato, ma dall’autoparlante non usciva alcunchè di comprensibile. E allora, per un istante, ho immaginato che neppure mio padre sentisse qualcosa di più di quel suono gracchiante, di quel sordo ronzio che da solo bastava a chiudere i canali della memoria, per isolarlo definitivamente dal mondo e dagl’altri.
Ho guardato fuori dalla finestra. Le luci dei vicini sono accese. C’è un’aria di festa. Forse aspettano qualcuno...